Scatola cinese

Cuba, Avana, Bianco, Nero, Colonnato, Cristiano, Denanni, Fotografia(…) “Salirono le scale della casa decrepita di Calle Neptuno dove viveva ed arrivarono al terzo piano, fra muri stretti e crepati, incontrando quattro persone diverse, compresa una bambina mulatta dalle pupille bianchissime a dorso d’uovo.

L’appartamento era piccolo, un guscio rigonfio di fronzoli e ricordi lasciati da chi ci era vissuto prima di Karen, un’anziana donna sepolta da sei anni, mischiati a cose sue, dal rosario di prima di sua madre allungato su di una mensolina accanto alla porta, ai vestiti di quando era bambino, già ricordi, tra i primi, di un passato ancora recente, ai pantaloni di quando aveva due gambe, appena due anni prima, icona e legge del suo presente disfatto da rifare. Marìa osservava tutto con lentezza, soffermandosi ad ogni angolo, sopra ogni superficie, percorrendo brevi passi densi di colori e di odori estranei, ma che le pareva di voler acquisire, capire, riconoscere, magari un giorno. Alla ricerca di una familiarità che non c’era, che non poteva essere, ma che intuiva. Karen aveva in casa poche cose da bere. Aprì la porticina di un armadietto di legno basso e scricchiolante e ne tirò fuori una bottiglia di rhum a metà. Rovistò un attimo ancora, come a voler afferrare qualcosa d’altro ch’era convinto ci fosse, ma Marìa disse che il rhum andava benissimo. Allora lasciò stare e si diresse in cucina, da dove tornò con in mano due bicchieri. Li posò su di una panchetta al centro del piccolo ingresso, avvicinò due delle tre poltroncine sfondate che aveva e fece segno a Marìa di sedersi. Era appena giunta alla porta che dava nella minuscola camera da letto, ma si voltò, tornò indietro e si sedette. Spiegò a Karen che faceva le pulizie in un appartamento simile a quello. Non serviva a molto, economicamente, per non parlare della stanchezza, che talvolta la lasciava senza forze. I pochi momenti liberi li dedicava alle passeggiate, di quelle che la portavano al Malecón, al Parque Central, a piedi o in bicicletta che fosse. Questo però poteva capitare soltanto i giorni che uscendo dalla fabbrica di sigari non dovesse andare a fare le pulizie. Parlava senza intoppi. Aveva una voce delicata, priva di inclinazione su labiali o gutturali, scandita di parola in parola, facile nell’espressione di un significato o di un altro che fosse. Karen ci faceva caso per la prima volta. Osservava le braccia e le mani che accompagnavano la conversazione, le vedeva aprirsi, distendersi, allargarsi, richiudersi, e se ne fece catturare come da un teatro di luoghi e misteri che avrebbe amato abitare, conoscere, persino custodire. Anche se ancora non poteva comprendere che qualche frammento di colei che gli stava accanto. Frammenti che scaturivano lentamente dalla sua voce, dalle sue mani, dal profumo opaco che Karen ricordava da tre giorni prima.

Alle sei e un quarto, quando la luce di fuori cominciava a rivestirsi prima di scendere uno ad uno i gradini con cui avrebbe accompagnato il giorno all’orizzonte, si trovarono distesi sul letto da una persona nella stanza accanto, con ancora i vestiti indosso, abbracciati come bambini, stretti, ad occhi chiusi. Stettero immobili in quella posizione fino a che non divenne buio pesto. Sentivano il vociare da circo proveniente dalle pareti, la musica degli appartamenti attigui, il baccano a fine giornata delle famiglie, pianti di neonati, giochi, discussioni, l’odore proveniente dalle scale e dalla finestra aperta sul cortile interno, la cabala della moltitudine della vita. Continua a leggere

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