Quattro chiacchiere con Luca Rastello

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“Perché abbiamo bisogno di lui, Adrian. Tutti. Abbiamo bisogno di convivere con il male, fingendo di combatterlo, abbiamo bisogno di accettare un mondo inaccettabile che ci stritola, e abbiamo bisogno di abitarlo sotto anestesia.” “Cosa anestesia?” “La medicina che ti fa dormire mentre il chirurgo ti taglia. Abbiamo bisogno di rimandare la lotta, Adrian, ma abbiamo bisogno anche di fingere di combattere, e di amare la lotta. Abbiamo bisogno di concedere a noi stessi ancora un brandello di questa vita che in fondo non ci impegna, di tenere un francobollo di orizzonte al fondo delle nostre giornate senza cuore.” – (Luca Rastello, da I buoni)

Separatore, Grafico

Torino – Parcheggio l’auto in un primo pomeriggio di silenzio accecato dal sole. San Salvario si riduce a una vasca con poche sponde adombrate e rare anime. Fra queste, la mia. Sono in anticipo sull’orario dell’appuntamento, e il portone di casa di Luca Rastello è vicino, potrei rimanere dieci minuti in macchina ma significherebbe tirare a dadi con la sorte, per cui faccio i passi necessari a raggiungere il viale alberato più vicino e ricomincio a respirare. Qualche minuto, e mi avvio. Appena sulla soglia di una casa luminosa e accogliente mi viene offerto un té freddo estratto da una teiera riposante in frigorifero, e subito la chiacchiera volge al tema del linguaggio, per cui srotolo le idee e comincio a fare domande, approfittando dell’entuasiasmo percepibile a pelle, e del fresco della bevanda nella tazza.

Abbiamo proprio bisogno di dividere il mondo in buoni e cattivi? E’ necessario?

Intanto sono due domande diverse. Secondo me abbiamo bisogno perchè siamo invischiati in una organizzazione sociale senza precedenti, molto ben analizzata da Ivan Illich. L’espressione società dei consumi è abusata ma molto poco approfondita. Noi viviamo in una società che non è più analizzabile coi criteri dell’economia classica, quella marxista definita con le categorie di produzione e distribuzione. Oggi la categoria portante è il consumo. E il consumo rovescia radicalmente mezzi e fini. In una società basata sul consumo, la rappresentazione, il virtuale, le leggi del marketing vengono prima di tutto. E avviene un fenomeno che Illich chiama Lavoro ombra, che è il vero motore di una società contemporanea, arrivando a dire che sistema capitalista e socialista da questo punto di vista sono equivalenti, sono induttori di bisogni. Bianciardi ne La vita agra dice “questi qui che sono al governo adesso parlano di alzare le medie di benessere e consumo. Io ho un piano: con 28 omicidi mirati li facciamo fuori tutti quanti! Solo che poi vengono sostituiti, e quelli che verranno dopo alzeranno le medie ulteriormente e in modo più efficace!”. Buon prodromo a Illich! Il quale dice che in questa organizzazione sociale c’è un’attività che assorbe agli individui più tempo che il lavoro produttivo e riproduttivo, ed è quella fatica che individui gruppi e società si impongono come lavoro nero, a domicilio, non pagato, per costruire un immaginario che renda tollerabile un sistema che ti sta stritolando, per conciliarsi con l’inconciliabile, per fare amicizia col coccodrillo che ti sta ingoiando, anzi, pensare che è desiderabile essere ingoiati. Il lavoro ombra è basato sul desiderio di un modello di vita che è quello della classe dominante. La TV è un esempio, ma non l’unico. Si tratta della creazione di una percezione desiderante del mondo. Illich non può non aver pensato alla parabola del grande inquisitore di Dostoevskij. L’uomo è terrorizzato dalla libertà. Il grande inquisitore ricondanna Cristo a morte, perché non ha accettato di essere un idolo. Lui ha imposto la libertà, che è la condizione del dolore. L’uomo non vuole dolore, vuole essere felice. Noi stiamo con quell’altro, quello che lo tentava. Il grande inquisitore dice che l’uomo da quando nasce non cerca altri che qualcuno che gli restituisca la libertà che gli è stata donata alla nascita e sottratta, ma diventa padrone della sua coscienza solo chi riesce a conciliare la sua coscienza. Ci sono quindi queste figure dell’immaginario, che sono I buoni, che in questa società sono rappresentate da “fabbriche” vere e proprie di “bontà”, come certi grandi giornali, certi seguitissimi personaggi televisivi. E si creano immagini positive, che in vario modo inducono delega. A volte in modo quasi inconsapevole. Anche se alcuni, invece, nella parte ci sguazzano. Io mi iscrivo al club dei fan di un dato gruppo o associazione, e ho terminato il mio impegno. Questo è il bisogno che abbiamo dei buoni. Perché abbiamo bisogno di continuare a vivere sotto anestesia, fingere di avere bisogno della lotta e amarla, e avere qualcuno che la faccia per noi perché noi al momento siamo impegnati a fare altro, la rockstar, il giornalista, ecc.. Buoni tutti, in questo modo. Cattivi tutti, anche. Ma cattivi più come una mela, quando è marcia, che come può essere cattivo un assassino. La critica è uno degli elementi fertili per potersi scansare da alcuni di questi meccanismi, è una possibile àncora di salvezza. La critica e l’autocritica.

Quindi?..

Usiamo un’immagine: il passo saltellante di un eskimese su una banchisa che si sgretola. Ovvero, il contrario di quando ti irrigidisci su una identità consolidata, e addirittura hai la tentazione di fare di quella identità una ideologia, e anche una credenziale morale (sulla base di una serie di azioni che io compio, o che si presume che io compia, costruisco una credenziale morale, da spendere eventualmente anche in piccole “bruttezze”, o “cattiverie”, perché è come se in qualche modo me le fossi meritate perché prima ho raccolto “credito”, ci torneremo più avanti..). Costruisco di me, insomma, una figura di riferimento incriticabile. Ecco, quella cosa lì è pericolosa. Perché è il processo con cui inizia la vanificazione di tutto ciò che ho fatto di sensato in passato. Gran parte del mondo del privato sociale che nasce come critica radicale al modello dominante, è diventata la punta di diamante del mondo dominante, il laboratorio del peggio del modello dominante. Bisogna fermarsi prima di questo rovesciamento. Secondo me il passo centrale di questo ribaltamento è, come dicevo un attimo fa, la trasformazione in ideologia. Appena si sente un’identità crescere dentro di sé, secondo me, bisognerebbe saltare su un’altra lastra di ghiaccio, come l’eskimese, senza diventare mai professionista di tutte le cose di cui ci si è occupati. Io almeno ho cercato di fare così. Si può essere estremamente radicali pur saltando da una lastra di ghiaccio all’altra, è per me semplicemente una piccola tattica politica, una questione di igiene mentale.

Due concetti: costruzione della realtà tramite le parole. Di cui ne “I buoni” si parla chiaramente. E poi: il privato che si occupa di sociale. Che relazioni ci sono?

C’è un episodio, nel libro, nel quale una ragazza che lavora con contratto part-time per una Onlus rimane incinta e chiede il trattamento di maternità. Le viene imposto il seguente trattamento: ti licenzi da te, non ti licenziamo noi, il giorno del parto. Stai a casa tre mesi. Poi noi ti facciamo un nuovo trimestrale part-time, ma tu lavori full-time per recuperare i mesi che ti sei presa.

Ora, il diritto alla maternità è frutto di anni e anni di lotte terribilissime. E così le mimose, i diritti delle donne, i diritti dei lavoratori e tutti i diritti acquisiti.. Questo diritto viene negato in nome di un valore, di un Bene superiore. Questi beni superiori sono Idola. E’ una questione di linguaggio. Io mi chiedo: stiamo portando avanti la società, o indietro? Ci riconsegnamo in mano a un potere che dispone delle nostre vite, anche biologiche, maternità comprese. E come? In nome di quei linguggi che ci impongono quei valori come fini, e non come mezzi. Ti racconto un episodio: succede che a una mia presentazione, a Torino, una ragazza che faceva facce schifate durante i discorsi che si tenevano, e alla quale a un certo punto ho chiesto di spiegarmene il perché, si alza e mi dice: “sono la presidentesa di un circolo ARCI tal dei tali e rivendico con orgoglio di avere riservato questo stesso trattamento di maternità alle mie collaboratrici. Abbiamo cose più importanti che fermarci di fronte a certe questioni”.

A un’altra presentazione succede che una donna oltre i 40 si alza, emozionatissima, e dice di aver subìto questi stessi trattamenti in due associazioni diverse. E aggiunge: ogni notte penso che dovrò alzarmi e andare a fare denncia. Ogni notte lo penso. E ogni volta non lo faccio, non riesco a farlo. Perché? Un’altra donna si alza subito dopo, e dice: sì, è lo stesso probema che ho io. Poi si alzano ancora delle altre donne, ma più anziane, e la lettura che ne hanno data è a mio parere illuminante. Hanno detto alla ragazza: tu non riesci a trovare le parole per dire quello che ti è successo perché tu hai subìto una violenza in un contesto che è anche linguistico e relazionale, costruito per escludere la consapevolezza di quella violenza e gettare addosso a te il carico dell’averla subìta. E’ un linguaggio che ti toglie le parole su ciò che ti accade. Come quello che accade alle donne che subiscono violenza carnale in un contesto maschile. Ti si getta addosso il peso di quello che hai subìto. E se tu esci da quel sistema sociale per rivendicare un tuo diritto, esci da una comunità linguistica, ti viene tagliata la lingua. Sei stata costruita socialmente all’interno di un mondo parlato da un linguaggio dominato da una retorica che delinea i confini di un mondo, per cui fuori non c’è mondo, e fuori dalle leggi di quel mondo non c’è linguaggio, per cui se ti metti fuori rimani esule in qualche modo dalla vita.

Nel romanzo io scrivo che se non ti sottoponi a un certo sistema che si muove “per i fini di un Bene superiore”, se rivendichi dei tuoi diritti vuol dire che non senti “la frusta dell’oltre”, una mia invenzione sulla quale inizialmente ci ridevo persino sopra. Tu devi sentire il richiamo moralmente “superiore”, al di sotto del quale tutto è sacrificabile. Un personaggio del libro discute sul fatto che 40 o 50 ore lavorative settimanali non fanno differenza, perché noi stiamo a lavorare per un fine talmente alto che non abbiamo mica tempo per stare ad analizzare questioni “minori” come i diritti acquisiti. “Ma come”, dice questo personaggio a un certo punto, “non senti la frusta dell’oltre?”. Ho trovato questa espressione, che poteva apparire grottesca, per sottolineare quanto il linguaggio, di nuovo, faccia non solo la realtà, ma costruisca queste specifiche situazioni, e lo faccia con oculatezza. “Mettterci la faccia”, “Sporcarsi le mani”, “In punta di piedi”, tutta una costruzione fatta per rendere la rivendicazione dei diritti una colpa.

Quindi è necessario costruire degli “Idoli” attraverso il linguaggio?

E’ quello che viene fatto. E’ necessario costruire degli “idoli sacri”, dei valori superiori, affinché tutto venga sacrificato a essi, compresi i valori dei diritti. Nel momento in cui c’è un fine più “alto”, più “sacro”, il resto passa, deve passare in secondo piano. I due Idola che ho individuato e sui quali mi sono concentrato sono Legalità e Memoria. In nome di questi due fini “sacri” si rinuncia alla parità uomo-donna, alla critica al potere, ai diritti del lavoro, al rispetto della persona. Tutte cose in realtà per cui ci si era messi in campo in quel mondo lì, che appariva un luogo di critica, appunto, al modello di mondo dominante.

Procediamo un passo alla volta: Memoria.

La memoria è un rapporto di appropriazione con il passato. E’ sempre mia memoria, non è mai neutrale. Primo Levi, nella prefazione a I sommersi e i salvati diceva “Questo libro è basato sulla memoria. La memoria è una sostanza ambigua e scivolosa, invito il lettore a diffidarne.” La memoria, elevata a valore retorico, a Idola, sequestra completamente quell’altro rapporto con il passsato che ha fatto il Novecento, che è farne Storia. La memoria è preziosissima se sussunta al lavoro faticosissimo dello storico. La memoria è sempre monologica. La Storia invece è un tavolo di negoziazione, per arrivare a un minimo comune di interpretazione accettata. Perché il fine della Storia è capire il passato. Per innalzare il feticcio biblico della Memoria si è costruito un mantra che sembra irrefutabile: se il passato non lo si ricorda, il passato si ripete. Con ciò dando per scontato che il passato sia male (anche qui ci sarebbe da discutere). Ma in ogni caso è falso. Ed è anche talmente chiaro che sia falso, che quando lo si enuncia la gente spesso non se ne stupisce neppure. Ma come, se proprio la memoria è il motore dei nazionalismi che riportano il passato nel presente via sterminio! Il passato non è che si ripete se non lo si ricorda, il passato si ripete se non lo si capisce. Ma la memoria che sequestra la storia, nel gioco retorico che dà carriere, potere, visibilità, palcoscenico, impedisce di capire il passato. Stesso discorso per la Legalità.

Legalità.

La legalità, che io sappia, è un metodo, non un dogma. Le società sono, semplificando, accordi fra diversi. Si raggiunge un accordo, assolutamente formale, che sono le leggi. E la legalità è il metodo col quale quell’accordo viene fatto rispettare. Naturalmente un metodo, in quanto tale, è relativo e non assoluto come un valore, ed è legato alle condizioni storiche, ai rapporti di forza che in quelle condizioni storiche agiscono, e alle ideologie che confortano e alimentano quei rapporti di forza. Quindi non è un valore. Elevarla a valore equivale negare che dietro vi siano le condizioni storiche, i rapporti di forza, e le ideologie. E fare questo è pericolosissimo. Perché la legalità potrebbe essere un valore in una società all’infinito, in una società perfetta, arrivata al massimo rispetto dell’uguaglianza, della libertà, della fraternità. In tutti i casi reali però, ogni avanzamento storico avviene attraverso la rottura della legalità precedente. Se la legalità è un valore, allora bisogna rivalutare la tesi difensiva di Eichmann a Gerusalemme. Perché Eichmann era quello che diceva, difendendosi: “io sono funzionario di uno stato che si è dato una legalità, il mio compito è quello di rendere ‘atto’ quella legalità, ed è la legalità di uno stato che è stato eletto da un popolo, liberamente. Quindi io non sono punibile, perché la circostanza storica mi salva. Io ero la legalità”.

Insomma, potremmo dire, se la legalità è un valore, Dante Di Nanni è un terrorista.

Cos’è che si fa? Si innalza la legalità a valore, nel nome del quale si chiama ricattatoriamente a consenso la società, guai a non essere d’accordo sul valore legalità, si cade nella contiguità alla Mafia. Per cui se i profeti della legalità dicono che chi non è con la legalità è con la mafia, sei fatto! Il problema è che la Procura della Repubblica di Torino, all’epoca guidata da Gian Carlo Caselli, tratta due roghi in due modi totalmente asimmetrici. Rogo del compressore a Chiomonte: quattro ragazzi incastrati con delle intercettazioni ricevono un’accusa con l’aggravante di finalità terroristica, con un minimo della pena di 20 anni, e un massimo di 30 anni. La Procura mira ai 30 anni. Questo sulla base di una legge introdotta dopo l’11 settembra 2001 che svincola il terrorismo dal reato associativo, come era prima, e siccome queste quattro persone non hanno nulla di associativo, allora ci vuole un’altra interpretazione. Quando l’ex Procuratore dice “noi non abbiamo mai impostato il nostro lavoro a una valutazione sul valore dell’opera TAV, ma solo sui singoli atti criminali”, contraddice se stesso. Perché il capo d’imputazione terroristica si basa propio su una valutazione di importanza strategica dell’opera. E questo lo dimostra l’altro rogo cui mi riferivo: un gruppo di esagitati andò, nel 2011, a dare fuoco a delle roulotte di zingari alla Continassa, a Torino. Cosa successe? Per chi non ricordasse l’episodio, una ragazza disse d’avere subito una violenza carnale, e individuò in un gruppo di zingari i responsabili di questo atto. Nell’arco di poche ore si formò un corteo di protesta da parte di alcune persone, fra le quali vi erano questi ragazzi, che si staccarono dal corteo e decisero di andare a “farsi giustizia” incendiando le roulotte dei Rom. Nel frattempo, nell’arco di 36 ore dalla prima denuncia della ragazza, fu lei stessa a smentire completamente la storia e a scagionare gli zingari dalla prima accusa. Queste persone, incendiando delle roulotte, quindi delle abitazioni, tentarono di fatto di uccidere adulti o bambini che avrebbero potuto trovarsi all’interno. Soltanto per un caso fortuito non rimase ucciso nessuno. I presunti colpevoli di questo atto ricevettero dalla stessa Procura di cui sopra, coordinata dalla stessa persona, un capo di imputazione che è  quello di “incendio doloso”, pari a un massimo della pena di 6 anni. 30 per un compressore, 6 per tentare alla vita di bambini Rom. La diversa valutazione è tale anche nella diversa costituzione di parte civile. La società ltf, che deve realizzare l’alta velocità, è parte civile in quanto parte lesa nel processo contro i 4 imputati per il compressore di Chiomonte. Perché potenzialmente bruciare un compressore avrebbe potuto coinvolgere operai dipendenti della società, quindi un potenziale reato contro le persone. L’incendio doloso, invece, è danneggiamento, è un reato contro le cose. E quindi le famiglie Rom, che hanno rischiato di perdere i figli nel rogo della Continassa, non sono state ammesse come parte lesa. Questo dimostra tutte le lacune nell’applicazione di un metodo, dell’ideologia che sovraintende all’uso della legalità, là dove si fa uso della legalità in modo istituzionale. E’ impressionante questa asimmetria. Soprattutto se si considera che i PM della Procura, da me interpellati in proposito, risposero più o meno all’unanimità: “Ma cosa vuoi farci, è un casino, non c’è coordinamento, un PM fa una cosa, l’altro fa l’altra..”

E questo cosa significa?

Significa che loro stessi si rendono conto di queste asimmetrie, di queste disparità di trattamento in questioni importantissime. Però sul piano propagandistico il tutto vien presentato come La Giustizia. E così pure l’Antiterrorismo. Presentato con tutta la sua aurea di ieraticità. E però si vede come sia, di nuovo, una questione mediatica.

Da cosa sei partito per costruire l’impianto de I buoni?

Allora, io per scrivere questo libro mi sono rifatto moltissimo al Vecchio Testamento. Ti spiego, io sono convinto di una cosa, sul piano della scrittura creativa, della narrativa: in questo momento, di questi tempi, almeno per me, ha valore solo una storia che è urgente, che ha urgenza a uscire da me, che non mi fa dormire la notte, che se anche ci lavoro otto dieci ore al giorno non si esaurisce, fino a che non l’ho sviscerata. Una storia insomma che mi riguarda profondamente, che mi mette anche tanto in discussione. Nel libro c’è un personaggio negativo che fa le mie veci nella vicenda. Andrea porta in atto tutte le mie potenzialità nere. E io dovevo farci i conti.

E li hai fatti?

Sì. Li sto facendo tutt’ora. Non si esaurisce lì.

Mi dicevi del libro..

Ora, siccome la mia vita, almeno negli ultimi 30 anni è stata immersa nell’attualità politica, allora è chiaro che una storia che mi riguarda è immersa nell’attualità politica. Però, siccome sono convinto che per ogni individuo la Storia sia una slavina che lo colpisce e travolge, una valanga che ti divora, ti inghiotte, si fa un bel rutto e non restituisce niente di te, né memoria né senso né niente, sono convinto che per raccontare storie ci sia bisogno del mito. Che è un serbatoio formidabile. Tra i miti possibili c’è un mito che si definisce “genuino”, un sistema di narrazioni che raggiungono gli archetipi della condizione umana, e che sono eternamente presenti e accessibili, disponibili a chiunque. Il mito è un’esperienza che chiunque, indipendentemente dall’esperienza, dal grado culturale, dall’età, può fare. E il mito di tutti i miti è il racconto biblico.

Il racconto biblico è molto appassionante da questo punto di vista, perché c’è una continua regressione del rapporto fra l’umanità e Dio, dalla comunione nel giardino terrestre all’alleanza (e attenzione perché l’alleanza è un patto fra potenziali nemici), alla costituzione di un solo popolo, dove una parte dell’umanità se ne va e rimane soltanto quel popolo, il quale per rinnovare l’alleanza con Dio si dà istituzioni statuali in epoca dei re, e cede alla tentazione: 1- di contarsi e 2- di costruire un tempio, per passare così dall’epoca dei re all’epoca dei sacerdoti. I sacerdoti, però, per garantire la sopravvivenza politica del popolo, accettano gli idoli delle altre religioni circostanti. Così le alture di Israele si popolano di idoli. Il popolo di Israele sacrifica addirittura i propri figli agli idoli (si parla di sacrifici umani di bambini nel libro di Ezechiele), e a questo punto la furia di Dio cade nuovamente su quel che rimane del popolo di Israele. A questo punto tramite il profeta Ezechiele (figura chiave per la costruzione del personaggio di Adrian nel romanzo) si dice:

“io abbandono il tempio” (quindi fine dell’età sacerdotale) “e ti farò sentire la mia ira!” (Gerusalemme sarà distrutta, il tempio sarà abbattuto) “però mi ricorderò del mio patto con te”. E alla fine ci sarà una salvezza, perché tu avrai abbattuto gli idoli, avrai smesso di sacrificare i tuoi figli agli idoli, e tornerà un tempo di pace, in cui saremo sposi (bellissimo il canto di Ezechiele sulla sposa infedele).

Ecco che per me il racconto biblico è stata una chiave formidabile: sulle alture ho Memoria e Legalità, ho i bambini sgozzati che sono la maternità i diritti negati l’idealità politica, ho la rottura del patto, ho l’epoca sacerdotale che è la manipolazione del linguaggio (sporcarsi le mani, in punta di piedi, ecc..) e racconto in qualche modo questa maledizione ezechieliana alla Gerusalemme “In punta di piedi Onlus”. Infatti alla fine arriva il profeta Ezechiele, perché la preghiera alla quale si attiene Adrian nell’ultima parte è la preghiera di Ezechiele. Adrian arriva per salvare, non per punire. Però ha un solo linguaggio per salvare, che è quello della strada, il grado zero dell’etica che nel romanzo lui ha assunto nella sua unica regola: lavarsi. Da lì in poi si può costruire un’etica, ma tramite gli strumenti della strada, che sono violenti. Perché non ha quasi linguaggio lui, il suo linguaggio è enfatico, è biblico, è profetico.

Gli idoli sono in quanto tali intoccabili, quindi incriticabili, e molto poco hanno dell’umano. Mentre invece: vivere nella contraddizione aiuta?

E’ fondamentale, perché ogni azione civica è un’azione contraddittoria, e genera risultati contraddittori. Non c’è soluzione, non c’è risultato certo. E’ certo che ci sarà, anche, un risultato negativo.

Parliamo un attimo della struttura prettamente narrativa. Ti sei fatto aiutare da un editor molto brava, da quello che ho letto. Cercavi qualcosa di specifico?

L’editor, per prassi della casa editrice, ha letto il testo soltanto una volta terminato. Abbiamo fatto un patto: io vorrei delle cose, e tu mi segnali tutti i punti in cui secondo te non si realizzano bene.

Io volevo fondamentalmente due cose:

1- una struttura, che all’inizio era di quattro parti e che poi abbiamo concordato di ridurre a tre (la quarta non è scomparsa, ma permane diversamente distribuita). Desideravo che ogni parte fosse focalizzata su personaggi diversi. La prima su Andrea, la seconda su Aza, la terza su Adrian. Però ci doveva essere una analogia, una corrispondenza fra linguaggio con cui si racconta e il tipo di violenza che in quella parte viene raccontata. La prima è la violenza delle fogne. Con un linguaggio singhiozzante, a pezzi, a volte un semplice elenco di nomi. Nella seconda parte si parla di una violenza non palese, latente, costruita con la manipolazione del linguaggio. E’ molto metalinguistica la seconda parte. Dalla seconda parte alla terza si opera un rovesciamento: là il punto di vista nella relazione di aiuto diventa quello dell’aiutato. Nella prima parte lo vedi attraverso gli occhi di Andrea, l’aiutante, nella seconda attraverso gli occhi dell’utente. Nella terza parte attraverso gli occhi di chi non riesce neppure a diventare utente, da chi viene escluso. E che con una strategia dal grado zero dell’etica e uno strumento, che in questo caso è la Bibbia, cerca di costruirsi un linguaggio da sé per la salvezza. Poi magari è una salvezza fallimentare, ma ci prova. E’ la violenza di colui che vorrebbe purificare.

2- e poi l’altra cosa che volevo moltissimo, ossia eliminare ogni commento, psicologia, pensiero. E che la morale, il giudizio lo desse il lettore. Se il problema è il dilemma del grande inquisitore: l’uomo è libero o l’uomo è schiavo per natura e la libertà è un accidente da rimuovere?, ebbene, se io sto contro il grande inquisitore e penso che sia libero, devo rispettare questa scelta di campo anche nel libro. Bisogna dubitare, in sostanza. Poi sul fatto che alcuni giudichino un po’ più del previsto è dato secondo me dal fatto che il libro è stato letto in modo preventivo.

Per il resto il linguaggio è stato asciugato tantissimo. Volevo che tutto fosse rappresentato attraverso la vista e l’udito, quindi gesti e dialoghi.

Ti senti soddisfatto della questione narrativa dal punto di vista strutturale?

Sì, nei miei limiti sì.

Ti serviva anche quello, ovvero anche l’elaborazione di una specifica struttura narrativa nel momento in cui sentivi l’urgenza di cui parlavi prima?

Sì, questa cosa nasce come romanzo, e non poteva essere altro che un romanzo perché parla di meccanismi linguistici, e secondo me solo un romanzo poteva farlo.

E’ un tema mastodontico.

Lo è, ma nel momento in cui uno fa un romanzo, un po’ presuntuoso devi esserlo. Il modello è anche quello biblico, è la lotta con l’angelo. La perdi e zoppichi tutta la vita. Ma devi ingaggiarla.

Tutti questi temi che mi saltavano in testa, solo con un romanzo potevo affrontarli. Se non è un romanzo, non c’è altro modo.

E’ più adatto un romanzo piuttosto che un saggio per affrontare questo tema?

Non è che sia più adatto, è l’unico sistema. Il saggio diventa didascalico, una tesi gettata sul mondo. Il romanzo, raccontando una storia, lascia aperte le domande. E costruisce il tessuto su cui poi, eventualmente, il saggio può entrare in campo. Il romanzo è l’unico modo, è il terreno privilegiato, ed è per quello che rimane in vita in forme diverse da venti secoli, ma comunque almeno da sei per come lo conosciamo noi. E’ uno strumento irrinunciabile e insostituito.

Rimaniamo sui media. Può venire naturale pensare che se l’informazione fosse maggiormente consapevole, l’opinione pubblica, e quindi i comportamenti delle persone si muoverebbero diversamente. Pensi sia necessariamente così? Facciamo degli esempi: sappiamo che grandi multinazionali sfruttano minorenni (o meno) in paesi sperduti nel mondo (a volte neppure così tanto sperduti..) per la produzione di qualsivoglia prodotto, che non si rispettano regole sindacali, norme di sicurezza o igieniche, tante volte neppure i più elementari diritti delle persone, siano essi sanitari o altro. Il fatto di venire a conoscenza di queste cose cambia la coscienza con la quale “facciamo la spesa”?

Tutte le aziende di quel tipo fanno anche greenwashing, tutte hanno anche un’attività sociale. Qui la risposta te la da Ivan Illich in persona: per arrivare alla consapevolezza di cui sopra, impieghi il 20% delle tue energie mentali, mentre l’altro 80% è lavoro ombra, per renderti tollerabile la convivenza fra questa cosa e le scarpe che porti ai piedi, costruite da aziende che sai che non rispettano i diritti dei lavoratori, o che impiegano minorenni chissà dove nel mondo. Alcuni grandi giornali servono a questo, molta TV serve a questo, gran parte della narrativa odierna di intrattenimento serve a questo, il cinema serve a questo, i buoni servono a questo. Il paradosso dei media è che, essendo un’impresa che vende una merce all’interno di una società dominata dai consumi e non da produzione/distribuzione, si devono allineare sul tipo di merce che diventa redditizia in quel tipo di società. Per capirci, se vai sul sito di un grande giornale, quello che conta non sono le notizie, ma la colonna con il gossip, piuttosto che le tette, piuttosto che le oasi più belle del mondo, e ai giornalisti viene sempre più chiesto di produrre quello, perché l’inserzionista punta su quello. L’economia di un giornale non passa dal lettore, ma dagli sponsor. Quindi il compito di un giornale, quale che sia l’onestà intellettuale del singolo giornalista, non è raccontare un pezzo di realtà, ma costruire una visione di mondo compatibile con le scarpe di quella marca che ha finanziato il giornale con l’inserzione pubblicitaria. E poi, naturalmente, anche con una qualche critica, perché tu sei un target che ha bisogno di sentirsi critico. Da qui I buoni, il greenwashing, e il credito morale. Che è diverso dalla “credenziale morale”. Ne abbiamo accennato a inizio chiacchierata. Il credito morale è un patrimonio di buone azioni compiute, che in qualche modo ti legittima a compierne qualcuna un po’ meno buona. Credenziale morale, invece, è una cosa che va oltre. E’ qualcosa che ti viene dato a fondo perduto per il ruolo che ricopri nella società. I buoni pubblici, i buoni importanti hanno la credenziale morale, il loro ruolo di nemici del male assoluto li legittima definitivamente. Sono loro che elargiscono ai loro seguaci il credito morale, è come se ti dessero un pacchetto di crediti nel momento in cui ti iscrivi al loro club. E con quel pacchetto di crediti puoi comprarti l’oggetto che non ti convince moralmente, o magari socialmente, ma che ti piace tanto.

Quindi, tornando alla domanda di sopra, non basta che io sappia che c’è dello schifo nella sede dell’azienda tal dei tali in un dato angolo di mondo affinché possa cambiare i miei comportamenti. Il mondo sa. O comunque può sapere tutto, se vuole. E se ne strabatte. Il congegno ha come fine il fatto che le coscienze non si smuovano. Spesso notizie di scempi o stragi di donne o bambini sono sulla pagina di fianco a splendide immagini pubblicitarie.

C’è un barlume di speranza nel lavoro sociale?

Certo che c’è. Ma richiede un lavoro di critica, su se stessi prima di tutto, e poi su certi sistemi. Io non credo si possano riformare alcune grandi ONG, ma si può lavorare bene al loro interno. Oppure starne al di fuori. E lavorare molto seriamente, come in tanti fanno. In qualche modo bisogna fare critica a tal punto da accettare di essere perdenti del potere. Il modello non credo sia riformabile, ma le singole individualità possono fare davvero molto.

Tu sei credente?

Non lo so. Non lo so.. Sono stato non credente da giovane.

“Non credente” per professione?

Per professione (ride). Ora che ho le rughe sul sedere ho molti più dubbi.

Dubbi o paura?

No, paura no. Ho molta speranza. In seguito a una diagnosi infausta fattami nel 2005 nella quale mi diedero poche settimane di vita, e poi in seguito a un percorso molto lungo e faticoso di ripresa, dopo essermi risvegliato da un intervento durissimo, prima del quale mi dissero “potresti non svegliarti da questo intervento”, successe questa cosa: mi alzo dal letto, faccio qualche passo tutto intubato, era una mattina alle cinque, da solo, al fondo del reparto con un refolino di vento (era luglio e faceva un caldo pazzesco) e lì ho avuto una crisi mistica: ho provato una enorme felicità, e ho avuto bisogno di ringraziare. Non so chi, ma ne ho avuto bisogno. E da quel giorno, ogni giorno è pieno di cose. Ne sono successe anche di brutte, certo. Ma da quel giorno ogni giorno è pieno.

Vedi, è una questione sulla quale sono già tornato più volte: la coscienza nasce nel penultimo tratto. E’ Melibeo nell’egloga di Virgilio, Melibeo che sta per andarsene mentre Titiro tenta di trattenerlo dicendogli cosa avrebbero potuto fare insieme se.. O l’Iliade. L’Iliade narra il decimo anno di una guerra di dieci anni, e nemmeno tutto. Perché racconta l’unica cosa che è raccontabile, ovvero il momento in cui si desta la coscienza. E di solito si desta sempre quando è troppo tardi. O quando arriva una certa malattia, o quando senti la vecchiaia avvicinarsi. Prima hai corso, hai prodotto, hai consumato. Quel momento è il penultimo tratto, ma non ancora quello finale. Il volgere al termine di una guerra che sappiamo che ci distruggerà è un destarsi della coscienza, è un punultimo tratto, un altro esempio. Normalmente quando la coscienza si desta, il primo pensiero è peste, è tutto buio. Ma non è vero, perché quello è davvero l’unico momento illuminato della parabola, l’unico momento in cui si può raccontare. La narrativa riesce a raccontare soltanto nel momento in cui Melibeo solleva la gamba, sta per andare, sta partendo, ma non è ancora veramente partito. In quel momento si può narrare perché si è davvero e completamente dentro al presente. Solleva la gamba e, prima che tocchi il suolo, è nella sospensione del mito genuino, qui gli idoli non ci sono. Qui c’è la vera possibilità di scelta. Questa è per me una condizione esistenziale, ma anche narratologica importante. Il passo sospeso di Melibeo. Sta per partire, ma non sappiamo ancora davvero se lo farà.

Ci salutiamo in cortile, Luca Rastello esce assieme a me e si avvia in bicicletta. Il caldo ora è meno bianco, più volenterose le ombre, il traffico agitato. Il viale alberato di due ore e mezza prima pare meno necessario ma è soltanto un’impressione, perché l’ossigeno di cui avremmo bisogno latita a ogni ora. Mi avvio verso casa con in testa l’eco delle tante domande rimaste inespresse, con il rumore delle questioni poste e trasformate in questioni più grandi, e con la rapida sensazione d’avere però sfiorato una visione più dall’alto, meno accattivante ma forse necessaria, e con in bocca il sapore non zuccherato di un tè davvero dissetante.

Cristiano Denanni

*intervista già apparsa sul sito Il Gioco del Mondo il 15 luglio 2014

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2 pensieri su “Quattro chiacchiere con Luca Rastello

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