Laggiù

Saremo l’accento che sposta l’equilibrio alla solita parola, fiera di vento sul piano delle onde. Saremo diserzione dal conto terzi. E vedrai, seconda singolare, vedrai.. Di tempo in tempo, passo passo, anche i punti fermi sapranno divincolarsi. E muovendo, muoveranno. E arriveremo laggiù

-Cristiano Denanni-

 

Quattro chiacchiere con Luca Rastello

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“Perché abbiamo bisogno di lui, Adrian. Tutti. Abbiamo bisogno di convivere con il male, fingendo di combatterlo, abbiamo bisogno di accettare un mondo inaccettabile che ci stritola, e abbiamo bisogno di abitarlo sotto anestesia.” “Cosa anestesia?” “La medicina che ti fa dormire mentre il chirurgo ti taglia. Abbiamo bisogno di rimandare la lotta, Adrian, ma abbiamo bisogno anche di fingere di combattere, e di amare la lotta. Abbiamo bisogno di concedere a noi stessi ancora un brandello di questa vita che in fondo non ci impegna, di tenere un francobollo di orizzonte al fondo delle nostre giornate senza cuore.” – (Luca Rastello, da I buoni)

Separatore, Grafico

Torino – Parcheggio l’auto in un primo pomeriggio di silenzio accecato dal sole. San Salvario si riduce a una vasca con poche sponde adombrate e rare anime. Fra queste, la mia. Sono in anticipo sull’orario dell’appuntamento, e il portone di casa di Luca Rastello è vicino, potrei rimanere dieci minuti in macchina ma significherebbe tirare a dadi con la sorte, per cui faccio i passi necessari a raggiungere il viale alberato più vicino e ricomincio a respirare. Qualche minuto, e mi avvio. Appena sulla soglia di una casa luminosa e accogliente mi viene offerto un té freddo estratto da una teiera riposante in frigorifero, e subito la chiacchiera volge al tema del linguaggio, per cui srotolo le idee e comincio a fare domande, approfittando dell’entuasiasmo percepibile a pelle, e del fresco della bevanda nella tazza.

Abbiamo proprio bisogno di dividere il mondo in buoni e cattivi? E’ necessario?

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L’assedio

Mentre fuori spiove.

E ogni volta che nel mondo è giovedì.

Mi siedo al pianoforte.

E suono.

Avevo preso lezioni da bambino, mi mandava mia madre da una signora che aveva fatto il conservatorio e per vivere faceva la parrucchiera e poi insegnava a suonare il pianoforte a casa sua, naturalmente allora non me ne importava nulla, ma siccome a scuola avevo risultati sconsolanti, una soddisfazione, una qualunque, una a caso dovevo pur dargliela a mia madre. La musica mi pareva la forma più alta, e la più bella, di ciò che in seguito imparai a chiamare compromesso. Solfeggiare mi risultava cosa ripetitiva quanto noiosa, però una volta innanzi ai pesanti tasti bianchi e neri e a quei strani eppure misteriosi segni sul pentagramma tutto prendeva aria, e capivo che da qualche parte si poteva volare.

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