Viaggiare guarisce

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Ieri è cominciata una collaborazione da blogger con Il Fatto Quotidiano. La mia sezione parlerà del Viaggio. Un argomento vasto quanto la terra e il mare, e tutto quello che ci respira dentro. In questo primo post parlo di una donna, Isabella Bird, grande viaggiatrice del 1800, e anche autrice. Parlo di malanni e guarigioni. Di coraggio. Di desideri. Di tentativi. Di andare

Buona lettura..

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Scatola cinese

Cuba, Avana, Bianco, Nero, Colonnato, Cristiano, Denanni, Fotografia(…) “Salirono le scale della casa decrepita di Calle Neptuno dove viveva ed arrivarono al terzo piano, fra muri stretti e crepati, incontrando quattro persone diverse, compresa una bambina mulatta dalle pupille bianchissime a dorso d’uovo.

L’appartamento era piccolo, un guscio rigonfio di fronzoli e ricordi lasciati da chi ci era vissuto prima di Karen, un’anziana donna sepolta da sei anni, mischiati a cose sue, dal rosario di prima di sua madre allungato su di una mensolina accanto alla porta, ai vestiti di quando era bambino, già ricordi, tra i primi, di un passato ancora recente, ai pantaloni di quando aveva due gambe, appena due anni prima, icona e legge del suo presente disfatto da rifare. Marìa osservava tutto con lentezza, soffermandosi ad ogni angolo, sopra ogni superficie, percorrendo brevi passi densi di colori e di odori estranei, ma che le pareva di voler acquisire, capire, riconoscere, magari un giorno. Alla ricerca di una familiarità che non c’era, che non poteva essere, ma che intuiva. Karen aveva in casa poche cose da bere. Aprì la porticina di un armadietto di legno basso e scricchiolante e ne tirò fuori una bottiglia di rhum a metà. Rovistò un attimo ancora, come a voler afferrare qualcosa d’altro ch’era convinto ci fosse, ma Marìa disse che il rhum andava benissimo. Allora lasciò stare e si diresse in cucina, da dove tornò con in mano due bicchieri. Li posò su di una panchetta al centro del piccolo ingresso, avvicinò due delle tre poltroncine sfondate che aveva e fece segno a Marìa di sedersi. Era appena giunta alla porta che dava nella minuscola camera da letto, ma si voltò, tornò indietro e si sedette. Spiegò a Karen che faceva le pulizie in un appartamento simile a quello. Non serviva a molto, economicamente, per non parlare della stanchezza, che talvolta la lasciava senza forze. I pochi momenti liberi li dedicava alle passeggiate, di quelle che la portavano al Malecón, al Parque Central, a piedi o in bicicletta che fosse. Questo però poteva capitare soltanto i giorni che uscendo dalla fabbrica di sigari non dovesse andare a fare le pulizie. Parlava senza intoppi. Aveva una voce delicata, priva di inclinazione su labiali o gutturali, scandita di parola in parola, facile nell’espressione di un significato o di un altro che fosse. Karen ci faceva caso per la prima volta. Osservava le braccia e le mani che accompagnavano la conversazione, le vedeva aprirsi, distendersi, allargarsi, richiudersi, e se ne fece catturare come da un teatro di luoghi e misteri che avrebbe amato abitare, conoscere, persino custodire. Anche se ancora non poteva comprendere che qualche frammento di colei che gli stava accanto. Frammenti che scaturivano lentamente dalla sua voce, dalle sue mani, dal profumo opaco che Karen ricordava da tre giorni prima.

Alle sei e un quarto, quando la luce di fuori cominciava a rivestirsi prima di scendere uno ad uno i gradini con cui avrebbe accompagnato il giorno all’orizzonte, si trovarono distesi sul letto da una persona nella stanza accanto, con ancora i vestiti indosso, abbracciati come bambini, stretti, ad occhi chiusi. Stettero immobili in quella posizione fino a che non divenne buio pesto. Sentivano il vociare da circo proveniente dalle pareti, la musica degli appartamenti attigui, il baccano a fine giornata delle famiglie, pianti di neonati, giochi, discussioni, l’odore proveniente dalle scale e dalla finestra aperta sul cortile interno, la cabala della moltitudine della vita. Continua a leggere

Intervista con Lorenzo Fazio – Chiarelettere Editore

Lorenzo Fazio è genovese, ma abita a Torino e lavora a Milano. Da giovane ha provato a fare il giornalista senza successo. Dal 1982 si occupa di editoria, prima alla Marietti (redattore), poi all’Einaudi (ufficio stampa), quindi alla Bompiani (editor Tascabili), di nuovo all’Einaudi (editor tascabili e saggistica) e infine alla Bur (direttore editoriale). Finché  Continua a leggere

Laggiù

Saremo l’accento che sposta l’equilibrio alla solita parola, fiera di vento sul piano delle onde. Saremo diserzione dal conto terzi. E vedrai, seconda singolare, vedrai.. Di tempo in tempo, passo passo, anche i punti fermi sapranno divincolarsi. E muovendo, muoveranno. E arriveremo laggiù

-Cristiano Denanni-

 

Quattro chiacchiere con Luca Rastello

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“Perché abbiamo bisogno di lui, Adrian. Tutti. Abbiamo bisogno di convivere con il male, fingendo di combatterlo, abbiamo bisogno di accettare un mondo inaccettabile che ci stritola, e abbiamo bisogno di abitarlo sotto anestesia.” “Cosa anestesia?” “La medicina che ti fa dormire mentre il chirurgo ti taglia. Abbiamo bisogno di rimandare la lotta, Adrian, ma abbiamo bisogno anche di fingere di combattere, e di amare la lotta. Abbiamo bisogno di concedere a noi stessi ancora un brandello di questa vita che in fondo non ci impegna, di tenere un francobollo di orizzonte al fondo delle nostre giornate senza cuore.” – (Luca Rastello, da I buoni)

Separatore, Grafico

Torino – Parcheggio l’auto in un primo pomeriggio di silenzio accecato dal sole. San Salvario si riduce a una vasca con poche sponde adombrate e rare anime. Fra queste, la mia. Sono in anticipo sull’orario dell’appuntamento, e il portone di casa di Luca Rastello è vicino, potrei rimanere dieci minuti in macchina ma significherebbe tirare a dadi con la sorte, per cui faccio i passi necessari a raggiungere il viale alberato più vicino e ricomincio a respirare. Qualche minuto, e mi avvio. Appena sulla soglia di una casa luminosa e accogliente mi viene offerto un té freddo estratto da una teiera riposante in frigorifero, e subito la chiacchiera volge al tema del linguaggio, per cui srotolo le idee e comincio a fare domande, approfittando dell’entuasiasmo percepibile a pelle, e del fresco della bevanda nella tazza.

Abbiamo proprio bisogno di dividere il mondo in buoni e cattivi? E’ necessario?

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L’assedio

Mentre fuori spiove.

E ogni volta che nel mondo è giovedì.

Mi siedo al pianoforte.

E suono.

Avevo preso lezioni da bambino, mi mandava mia madre da una signora che aveva fatto il conservatorio e per vivere faceva la parrucchiera e poi insegnava a suonare il pianoforte a casa sua, naturalmente allora non me ne importava nulla, ma siccome a scuola avevo risultati sconsolanti, una soddisfazione, una qualunque, una a caso dovevo pur dargliela a mia madre. La musica mi pareva la forma più alta, e la più bella, di ciò che in seguito imparai a chiamare compromesso. Solfeggiare mi risultava cosa ripetitiva quanto noiosa, però una volta innanzi ai pesanti tasti bianchi e neri e a quei strani eppure misteriosi segni sul pentagramma tutto prendeva aria, e capivo che da qualche parte si poteva volare.

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